Summa Teologica - II-II |
Pare che l'astuzia non sia un peccato speciale.
1. Le parole della Sacra Scrittura non inducono nessuno a peccare.
Ora, esse inducono all'astuzia, secondo l'espressione dei Proverbi [ Pr 1,4 ]: "per dare agli inesperti l'astuzia".
Quindi l'astuzia non è un peccato.
2. Sta scritto [ Pr 13,16 ]: "L'uomo astuto agisce in tutto con deliberazione".
Quindi o per un fine buono o per un fine cattivo.
Se per un fine buono, allora non c'è peccato.
Se per un fine cattivo, allora si rientra nella prudenza della carne, o del mondo.
Perciò l'astuzia non è un peccato speciale distinto dalla prudenza della carne.
3. Nel commentare quelle parole di Giobbe [ Gb 12,4 ]: "La semplicità del giusto sarà derisa", S. Gregorio [ Mor. 10, 29 ] afferma: "È sapienza di questo mondo nascondere il proprio pensiero col raggiro, velare il senso con le parole, mostrare per vere le cose false e quelle false per vere".
E conclude: "Questa prudenza i giovani la imparano con l'uso, ai fanciulli viene insegnata a pagamento".
Ora, tutte queste cose si riducono evidentemente all'astuzia.
Quindi l'astuzia non è distinta dalla prudenza della carne e del mondo, e così non è un peccato speciale.
L'Apostolo [ 2 Cor 4,2 ] ammonisce: "Rifiutiamo le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia, o falsificando la parola di Dio".
Quindi l'astuzia è un peccato.
La prudenza è la retta ragione delle azioni da compiere, come la scienza è la retta ragione delle cose da conoscere.
Ora, in campo speculativo si può sbagliare in due modi contro la rettitudine della scienza: primo, per il fatto che la ragione viene indotta a una conclusione falsa apparentemente vera; secondo, per il fatto che la ragione si serve di argomenti falsi, ma apparentemente veri, per giungere a conclusioni vere o false.
Quindi ci può essere un doppio peccato contro la prudenza che ne riveste le apparenze.
Il primo dipende dal fatto che la ragione indirizza la sua attività a un fine che è buono non in realtà, ma solo all'apparenza: e ciò costituisce la prudenza della carne.
Il secondo dipende dal fatto che uno, per conseguire il proprio fine buono o cattivo, si serve non delle vie sincere, ma di quelle simulate e finte: e ciò costituisce il peccato di astuzia.
Per cui si tratta di un peccato opposto alla prudenza distinto dalla prudenza della carne.
1. Secondo S. Agostino [ Contra Iul. 4,3 ], come la prudenza talora viene presa abusivamente in senso cattivo, così talora l'astuzia viene presa in senso buono: e ciò per la somiglianza reciproca.
Tuttavia propriamente parlando l'astuzia viene presa in senso cattivo, come nota il Filosofo [ Ethic. 6, 12 ].
2. L'astuzia può portare a deliberare sia per un fine buono, sia per un fine cattivo: però si deve giungere a un fine buono non per vie false e ingannevoli, ma per vie sincere.
Perciò l'astuzia è peccato anche se è ordinata a un fine buono.
3. S. Gregorio ha incluso nella prudenza del mondo tutto ciò che può collegarsi alla falsa prudenza.
Quindi vi rientra anche l'astuzia.
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